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TFA nell’acqua potabile svizzera: diffusione, rischi e conseguenze della nuova valutazione dell’EFSA.
La nuova valutazione dell’EFSA riduce la dose giornaliera ammissibile del TFA, una sostanza persistente e difficile da rimuovere dall’acqua.

TFA nell’acqua potabile svizzera: cosa cambia con la nuova valutazione dell’EFSA

Aggiornato al 5 ottobre 2026.

Per sapere quanto acido trifluoroacetico c’è davvero nell’acqua che bevi, non basta consultare la misurazione della falda più vicina. Devi chiedere al gestore locale i risultati relativi all’acqua potabile erogata: quella che arriva effettivamente al rubinetto.

La distinzione è decisiva. In Svizzera il TFA è ormai rilevabile ovunque, ma con concentrazioni molto diverse. Gli acquedotti possono attingere da più falde, sorgenti o laghi, miscelare acque di diversa provenienza, sospendere temporaneamente una captazione oppure trattare l’acqua grezza. Neppure la dicitura «acqua minerale» garantisce livelli inferiori: anche queste acque provengono da risorse naturali e soltanto l’analisi della singola fonte permette di stabilirne il contenuto.

La presenza del TFA non equivale, da sola, a un pericolo sanitario immediato. Tuttavia, una sostanza estremamente persistente, molto mobile e continuamente immessa nell’ambiente non può essere considerata trascurabile. Per valutare il rischio occorre conoscere la concentrazione e sommare tutte le fonti di esposizione quotidiana, compresi acqua e alimenti.

La nuova soglia sanitaria dell’EFSA

Il quadro è cambiato il 22 luglio 2026, quando l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha pubblicato una nuova valutazione sanitaria del TFA basata su circa 170 studi e pareri scientifici. L’analisi si è concentrata sulle alterazioni degli ormoni tiroidei osservate negli animali. L’effetto più sensibile riguardava la tiroxina, un ormone essenziale per il metabolismo, la crescita e lo sviluppo.

Alla luce di questi risultati, l’EFSA ha ridotto la dose giornaliera ammissibile, o DGA, da 0,05 a 0,014 milligrammi di TFA per chilogrammo di peso corporeo al giorno. Per la prima volta ha inoltre stabilito una dose acuta di riferimento pari a 0,07 milligrammi per chilogrammo di peso corporeo.

La DGA non è un limite per l’acqua potabile. Indica la quantità complessiva che, secondo le conoscenze attuali, una persona può assumere ogni giorno per un periodo prolungato senza che sia prevedibile un rischio apprezzabile per la salute. Il calcolo comprende tutte le bevande e tutti gli alimenti, non soltanto l’acqua.

La nuova valutazione non ha reso improvvisamente pericolosa l’acqua del rubinetto svizzera. Ha però mostrato che il precedente parametro di sicurezza era troppo permissivo rispetto alle evidenze oggi disponibili.

Nel calcolo manca ancora il cibo

Il TFA raggiunge le piante attraverso l’acqua e potrebbe quindi entrare anche nella nostra alimentazione. L’Ufficio federale della sicurezza alimentare e di veterinaria (USAV) ne sta studiando la presenza negli alimenti di origine vegetale. Per la popolazione svizzera non esiste ancora un bilancio completo e aggiornato dell’esposizione combinata attraverso acqua e cibo.

Restano inoltre lacune rilevanti nella ricerca. L’EFSA ritiene improbabile che il TFA danneggi il patrimonio genetico, ma mancano soprattutto studi a lungo termine sulla possibile insorgenza di tumori e dati sufficienti sugli effetti sul sistema immunitario durante lo sviluppo. Nel definire la nuova DGA, l’Autorità ha quindi aggiunto al consueto margine di sicurezza un ulteriore fattore pari a cinque.

Ne deriva una priorità chiara: servono dati migliori, una valutazione prudente del rischio e soprattutto minori emissioni.

Dal cielo alle falde, nell’arco di decenni

Il TFA appartiene all’ampia famiglia dei PFAS. È una molecola completamente fluorurata, eccezionalmente piccola, molto solubile in acqua e praticamente non degradabile nelle normali condizioni ambientali. Poiché si lega pochissimo al terreno, segue il percorso dell’acqua: cade con la pioggia, filtra nel sottosuolo, raggiunge gli strati più profondi e infine le falde.

Questo tragitto può richiedere anni o decenni. Secondo l’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM), le misurazioni odierne nelle acque sotterranee riflettono quindi anche emissioni del passato. Lo stesso vale in prospettiva: le sostanze rilasciate oggi possono gravare sulle risorse idriche ancora per molto tempo.

Il ciclo comincia in parte nell’atmosfera. La degradazione di determinati refrigeranti e propellenti fluorurati produce TFA, che ritorna al suolo con le precipitazioni. Nell’acqua piovana l’UFAM rileva in media circa 0,6 microgrammi per litro, un valore approssimativamente quadruplicato dagli anni Ottanta. Esteso all’intero territorio nazionale, equivale a una ricaduta stimata di circa 25 tonnellate all’anno.

La pioggia, tuttavia, spiega soltanto una parte della contaminazione. Sotto le superfici agricole le concentrazioni sono nettamente superiori. Numerosi prodotti fitosanitari contengono strutture chimiche che, degradandosi, possono generare TFA; l’UFAM indica attualmente 26 principi attivi autorizzati con questo potenziale. A questi apporti si aggiungono fonti industriali locali, per esempio attraverso le acque reflue. I depuratori convenzionali non riescono a rimuovere in modo affidabile una molecola tanto piccola e stabile.

Concentrazioni diverse da una zona all’altra

Nel 2022 e nel 2023 l’UFAM ha esaminato poco meno di 550 stazioni della rete nazionale di osservazione delle acque sotterranee NAQUA. Il TFA è stato rilevato in tutta la Svizzera, ma con valori sensibilmente diversi a seconda del territorio.

Nelle zone alpine oltre i 1.000 metri le concentrazioni sono rimaste sempre inferiori a 0,6 microgrammi per litro. Nei bacini fortemente caratterizzati dall’agricoltura arabile si collocavano spesso fra 1 e 5 microgrammi per litro. In due siti vicini della Svizzera nordoccidentale, interessati da un apporto industriale, sono stati misurati rispettivamente 14 e 23 microgrammi per litro.

Questi dati descrivono lo stato delle falde, non necessariamente quello dell’acqua servita nelle abitazioni. Se vuoi conoscere la tua esposizione reale, chiedi al gestore dell’acquedotto se il TFA viene analizzato nell’acqua distribuita e quali valori sono stati rilevati. Una stazione NAQUA nelle vicinanze non può sostituire questa informazione.

Il limite dei filtri

Di fronte a un contaminante nell’acqua, la risposta più intuitiva è installare un filtro. Con il TFA, però, le proprietà chimiche della sostanza rendono l’operazione particolarmente difficile. Il comune carbone attivo non trattiene in modo affidabile questa molecola minuscola e altamente solubile. Nemmeno i raggi UV o l’ozonizzazione offrono una soluzione semplice.

I processi a membrana fitta, come l’osmosi inversa, possono invece separare in larga misura il TFA dall’acqua potabile. La sostanza, tuttavia, non scompare: si concentra nel flusso d’acqua scartato. Al consumo energetico, agli investimenti e alla manutenzione si aggiunge così il problema dello smaltimento del concentrato contaminato.

Ciò che per una singola abitazione può essere una scelta tecnica diventa, per un acquedotto, una questione infrastrutturale ed economica. Quando una sostanza persistente si è già diffusa nel ciclo idrico, rimuoverla costa molto più che impedirne la formazione e il rilascio.

Le misure partono dalle fonti

Il 27 maggio 2026 il Consiglio federale ha avviato una procedura di consultazione per adeguare i valori massimi dei PFAS nell’acqua potabile; la consultazione si è conclusa il 18 settembre 2026. Fra gli obiettivi figura un maggiore allineamento alla normativa europea sull’acqua potabile. Finora, però, da questo processo non è emerso un valore massimo svizzero specifico per il TFA.

Nel settore dei prodotti fitosanitari sono già state adottate le prime misure. L’autorizzazione dei principi attivi flufenacet e tritosulfuron è stata revocata in Svizzera con effetto dal 1° luglio 2025. Rimangono tuttavia in uso altri principi attivi dai quali può potenzialmente formarsi TFA.

Anche se tutte le emissioni problematiche cessassero immediatamente, l’inquinamento esistente non svanirebbe in breve tempo. Nel sottosuolo l’acqua si muove lentamente e il TFA persiste troppo a lungo. È questa combinazione — mobilità, stabilità e nuovi apporti continui — a rendere la situazione delicata, più che una spettacolare tossicità acuta.

Il dato da chiedere oggi

Il primo passo concreto è verificare i dati dell’acqua effettivamente distribuita nel tuo comune. Ma la questione va oltre il singolo risultato di laboratorio: l’acqua potabile non nasce al rubinetto. La sua qualità si decide nell’atmosfera, nei campi, nei processi industriali e nei bacini di alimentazione di sorgenti e falde. Ciò che viene rilasciato in questi luoghi può raggiungerci soltanto anni dopo.

La valutazione più severa dell’EFSA segnala quanto sia urgente agire prima che il TFA entri nel ciclo idrico. Per una sostanza che quasi non si degrada, ogni emissione evitata vale più di una futura riparazione tecnica. Ciò che oggi non entra nell’acqua non dovrà essere rimosso domani.

Fonti e approfondimenti